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Dall’insetto alle intercettazioni: l’uso figurato di “cimice” mostra come una metafora possa diventare così comune da farci dimenticare l’immagine da cui è nata.


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Perché chiamiamo «cimice» una microspia? La curiosa storia di una parola tornata nelle cronache


Negli ultimi giorni la parola “cimice” è comparsa nelle cronache con un significato che non ha nulla a che vedere, almeno in apparenza, con l’insetto che porta lo stesso nome. Si parlava infatti di dispositivi nascosti per ascoltare conversazioni, quelle che nel linguaggio comune chiamiamo appunto “cimici”.

È un uso talmente familiare che raramente ci chiediamo da dove venga. Eppure il passaggio da un piccolo insetto a uno strumento di sorveglianza racconta bene un meccanismo affascinante della lingua: quando nasce qualcosa di nuovo, spesso gli diamo il nome di qualcosa che conosciamo già.

La cimice, nel suo significato originario, è naturalmente l’insetto. Il termine italiano ha radici antiche e deriva dal latino cimex, cimicis. Per secoli non c’è stato bisogno di cercare significati nascosti: una cimice era semplicemente una cimice.

Poi la parola ha cominciato a indicare anche altro.

Nel Novecento, con la diffusione delle tecnologie utilizzate per intercettare clandestinamente le conversazioni, il nome dell’insetto è diventato una metafora particolarmente efficace. Una microspia può essere piccola, nascosta e difficile da individuare: caratteristiche che rendono intuitivo l’accostamento a un minuscolo ospite indesiderato capace di annidarsi dove non dovrebbe esserci.

Non è soltanto l’italiano ad aver seguito questa strada. In inglese bug indica un insetto, ma può riferirsi anche a un dispositivo clandestino per l’ascolto. Lo stesso termine ha inoltre conquistato un altro territorio, quello dell’informatica, dove un bug è un errore o un difetto nel funzionamento di un programma.

Il parallelismo è interessante perché mostra quanto l’immagine dell’insetto sia risultata produttiva nell’epoca tecnologica. Qualcosa di piccolo si introduce in un sistema, rimane nascosto e provoca un effetto che può essere difficile da individuare: l’analogia funziona tanto bene da essere sopravvissuta all’enorme evoluzione degli apparecchi elettronici.

Oggi, infatti, una “cimice” non deve necessariamente assomigliare alle vecchie microspie che l’immaginario cinematografico ci ha abituato a vedere. Può essere minuscola, incorporata in un oggetto o realizzata con tecnologie molto diverse. La tecnologia cambia, mentre la metafora rimane.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della parola. “Microspia” descrive l’oggetto in maniera abbastanza trasparente: micro suggerisce le dimensioni ridotte, mentre spia ne lascia intuire la funzione. “Cimice”, invece, fa qualcosa di diverso. Non descrive tecnicamente il dispositivo: crea immediatamente un’immagine.

Dire che in una stanza è stata trovata una microspia è preciso. Dire che è stata trovata una cimice aggiunge la sensazione di qualcosa che era lì senza essere visto, nascosto in uno spazio che si credeva privato.

È probabilmente anche per questo che il termine ha avuto tanta fortuna. Le metafore linguistiche più resistenti non sono necessariamente quelle più esatte, ma quelle che riescono a condensare in una sola parola un’intera situazione.

La “cimice” tecnologica appartiene a questa categoria. Un insetto piccolo e sgradito è diventato il nome di un apparecchio altrettanto piccolo e indesiderato. E oggi possiamo leggere la parola in un titolo di giornale senza pensare neppure per un istante agli insetti.

È uno di quei casi in cui la metafora ha avuto tanto successo da diventare quasi invisibile: continuiamo a usarla, ma abbiamo dimenticato di stupirci del suo significato.



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